Intervista a Stefano Esposito, Allenatore 2001 - Giorgione Calcio

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Intervista a Stefano Esposito, Allenatore 2001

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Abbiamo intervistato per il consueto appuntamento con le interviste al nostro staff, Stefano Esposito, allenatore dei 2001 Elite.
Stefano, parlaci di te e della tua esperienza prima di approdare al Giorgione
Alleno dall’ormai lontano 1995 e, se ci penso, mi sembra ieri quando capivo che mi divertivo sempre meno a giocare ed intanto mi proponevano di dare una mano con le giovanili. Vivevo ancora a Bologna, casa mia, dove sono rimasto ad allenare alcuni anni a livello regionale, per poi iniziare una lunga trafila in società professionistiche fra Giovanissimi (3 anni), Allievi (6 anni) e Berretti (2 anni), a Castel S.Pietro Terme (facevo parte della spedizione che sancì la retrocessione in D e poi il fallimento del Giorgione del pessimo presidente Auriemma) e poi in Veneto, a Cittadella e a Padova. Poi un anno al Montebelluna e l’arrivo alla 1° squadra del Giorgione, con cui abbiamo scalato la classifica fino allo storico ritorno in D proprio nell’anno del centenario. Davvero ricordi sempre vivi ed indelebili per le emozioni vissute con tutto l’ambiente, un gruppo di giocatori e uno staff di persone vere e gli splendidi ultras che ci accompagnavano ovunque. Poi 2 anni di Serie D assieme, fino all’approdo in Lega Pro come Allenatore in 2a al Tuttocuoio e alla Pistoiese. Nel frattempo ho continuato collaborazioni con società estere, in particolare una australiana di Melbourne (i Bulleen Lyons di Sergio Sabbadini), per 5 anni. Infine, eccomi qui di nuovo al Giorgione, richiamato da dirigenti che sono anche amici, a dare una mano all’ottimo lavoro che stanno portando avanti da anni: alleno assieme al co-mister Remmel (che mi sento fiero di avere portato ad arricchire questa società, con la sua esperienza e le sue conoscenze calcistiche e qualità umane) un altro gruppo di ragazzi e giocatori fantastici, i 2001, che dall’anno scorso stanno lavorando sodo, migliorando giorno dopo giorno e sopportando la mia pesantezza nel pretendere da loro sempre di più senza accontentarsi mai.

Il tuo mito calcistico?
Diciamo punti di riferimento, perché non ho mai avuto la concezione del mito, neppure da piccolo. Di giocatori ne ho amati tanti, ma Zidane, per come sapeva danzare sul pallone giocando sempre per il collettivo, sopra tutti. Come uomini a 360° che mi hanno sempre emozionato ed influenzato calcisticamente, anche per le loro qualità umane: Cruijff, Maradona e Guardiola. Come allenatori che mi hanno trasmesso qualcosa più degli altri: Zeman (da Foggia in poi), Sarri (dal 2° anno di Empoli in poi) e Klopp (Dortmund/Liverpool), per le loro idee di gioco e il mio piacere nel vedere giocare le loro squadre. Tuchel e Nagelsmann soprattutto per affinità di idee metodologiche.

La volta in cui sei stato più felice e quella meno nel mondo del calcio?
Sinceramente ho studiato e lottato ogni singolo momento della mia vita adulta per riuscire a fare della mia passione più forte anche un lavoro: per questo mi sento fortunato ogni volta che entro nel rettangolo verde, ad ogni singolo allenamento e ad ogni partita. Al di là di questo, però, non posso negare che la partita decisiva per la promozione in D con il Giorgione, davanti a più di 2mila persone a tifare ed esultare, è stata un’emozione indescrivibile, assaporata fin dalla prima mattina, con bambini ed adulti che giravano per Castelfranco con la sciarpa o la maglietta del Giorgione: un clima fantastico che ha unito attorno al suo club un’intera cittadina.
Il momento meno felice è stato probabilmente la finale per lo scudetto Berretti col Cittadella, persa in un clima da guerriglia in campo e sugli spalti, con i nostri famigliari minacciati fisicamente. Dopo una partenza da emeriti sconosciuti, una stagione condotta sempre in crescendo con solo 2 sconfitte e tanti giocatori lanciati in 1° squadra (poi protagonisti di ottime carriere). Purtroppo davanti al presidentissimo Angelo Gabrielli che teneva davvero al suo Settore Giovanile e che per questo si era sobbarcato una lunga trasferta: non potergli dare quella gioia è stato un dispiacere ancor più forte della sconfitta in sé.

La tua qualità e il tuo difetto?
Credo di riuscire a sentire al primo impatto e poi a capire molto presto le persone con cui ho a che fare: questo mi ha aiutato spesso nella vita quotidiana e anche nel lavoro, per riuscire a gestire e motivare gruppi e singoli di qualsiasi età, anche con forti problematiche. Chiaramente qualche cantonata l’ho ovviamente presa.
Mentre spesso vorrei essere più serafico, meno incazzoso quando viene fatto o detto qualcosa che proprio non mi garba e trovo immotivato o senza logica.

Le tue manie?  
Non ne ho, non mi piace risultare “schiavo” di qualcosa che effetti reali non ne ha, credo molto nella logica. Però è vero che risulto piuttosto maniacale nella cura dei dettagli come allenatore.

Il tuo genere musicale preferito?
Mio padre è stato giocatore ma appena poteva comprava dischi: io vivo di calcio e mio fratello è un musicista, traviato da me con l’ascolto fin da piccolo dei miei gruppi preferiti che vanno al di là delle etichette. Potrei dirti dai Pink Floyd ai Metallica, dai Nirvana e Pearl Jam a Nick Cave, dall’alternative indie di band poco conosciute al grande pubblico alla musica popolare di cantautori di tutto il mondo, in primis Johnny Cash, che amo fortemente. Ogni tanto anche un po’ di musica classica per aiutare a riflettere.

Il gioco a cui giocavi di più da bambino?
Subbuteo. Veri e propri campionati con mio padre la domenica sera, con gli amici in estate e soprattutto da solo, appena potevo: a ripensarci ero già un allenatore in fieri.

Cosa significa per te essere al Giorgione?
Il calcio è per me una professione e purtroppo il Giorgione non è una società professionistica ma è diventata parte importante della mia vita lavorativa ed affettiva, come credo di essere entrato a fare parte della sua storia… devo dire che questo mi rende molto orgoglioso.

Cosa ti aspetti dalla stagione appena iniziata?
Con Gert (Remmel) e i ragazzi ci siamo dati obiettivi condivisi di crescita individuale e collettiva molto ambiziosi da raggiungere tramite il duro lavoro settimanale, sacrifici, supporti tecnologici oltremodo professionali (utilizziamo la Match Analysis tramite InStat e la app Quanter per la prevenzione infortuni) e la passione che ognuno di noi mette ogni singolo minuto. Soprattutto cerco di trasmettere ai ragazzi il messaggio che la meta non è tutto, ma quello che fa davvero la differenza e ti dà più soddisfazione è  come ci arrivi e quanto ti godi il viaggio per raggiungerla.

Progetti Futuri
…“chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza” (Lorenzo de’ Medici)
…il futuro è adesso, cerco di vivere intensamente ogni momento… lavorando però al massimo perché sia meglio dell’attimo prima.




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